Intervento dell’Osservatorio all’Assemblea Nazionale NUDM a Bologna

7 Febbraio 2024

Se ci fermiamo noi si ferma il mondo - Non una di meno

Intervento durante la plenaria dell’Assemblea Nazionale di Non Una di Meno a Bologna, sabato 3 febbraio 2024

Età delle persone uccise

Sebbene la stampa dia risalto, nella cronaca, ai femminicidi di giovani donne dai 20 ai 30 anni, la fascia di età più esposta ai femminicidi è tra i 40/60 anni o over 80.

I 120 casi del 2023 ci offrono un quadro impressionante: nonostante i casi mediatici di Giulia Tramontano (29 anni), Giulia Cecchettin (22 anni) e Vanessa Ballan (27 anni), notiamo che le donne più grandi sono maggiormente esposte alla violenza e quindi future vittime di femminicidio. Non possiamo poi ignorare le vergognose strumentalizzazioni della destra in concomitanza con i due femminicidi di donne gestanti per imporre, per esempio, il riconoscemento della “persona in vita” dal momento del concepimento. 

Persone disabilizzate e casi archiviati

Aumentano anche i casi di persone disabilizzate di cui il sistema continua a non farsi carico, uccise da uomini incapaci di gestire il ruolo di cura: un ruolo per cui non sono stati educati e non sono socialmente destinati. I percorsi di autonomia e liberazione non possono che essere colpiti violentemente perché il sistema familistico e capitalista si riproduca senza possibilità di cambiamento. 

Quest’anno abbiamo anche rilevato casi archiviati come suicidi e riconosciuti, a distanza di troppo tempo, come femminicidi. A volte la vittima era riuscita a impiccarsi rimanendo coi piedi appoggiati, annodando il laccio al collo in una posizione altamente improbabile a seguito di un incontro con un cliente poi sparito.

Ci chiediamo quindi quanti siano i casi tutt’oggi non riconosciuti e di cui non abbiamo traccia.

Ad uccidere sono sempre persone che incarnano il patriarcato: uomini, mariti, padri, fratelli, ex, i chiamati “amici” o addirittura “compagni”, per imporre il dominio e punire l’autodeterminazione della persona con cui si relazionano. Persona che va bene solo fino a quando sta resta nei ruoli e nei binari previsti dalle norme imposte dal sistema.

Braccialetto elettronico

Denunce e braccialetti elettronici: sono queste le soluzioni adottate dal/dai governi. 

Quattordici le donne di cui sappiamo con certezza che avevano esposto denuncia, nessuna di loro è stata ascoltata e spesso queste informazioni non vengono nemmeno riportate negli articoli.

Il braccialetto elettronico viene trattato dallo stato come se fosse l’unico mezzo per la prevenzione. Sono stati investiti 5 milioni su un dispositivo che toglie fondi ai CAV, “spacciandolo” come unico mezzo per la prevenzione alla violenza di genere. 

I dati emersi sull’utilizzo del braccialetto dimostrano che spesso non funziona

Quando non si ritiene di applicare il carcere o gli arresti domiciliari, viene ordinato il divieto di avvicinamento alla vittima applicando il braccialetto alla caviglia della persona abusante. A questo, si sommano altri due dispositivi: uno nella casa della persona minacciata e uno nella casa del minacciante. Alla vittima inoltre, viene dato un telefonino collegato alla sala operativa della società che applica i braccialetti. Quando lo stalker viola la distanza e si avvicina, se c’è copertura della linea internet, scatta l’allarme al fine di un pronto intervento. La società incaricata avvisa in tempo reale i carabinieri/polizia che intervengono.

Nel caso di Concetta, infermiera di 53 anni uccisa con 42 coltellate sferrate dall’uomo che aveva nei suoi confronti un divieto di avvicinamento e che indossava un braccialetto elettronico, non ha funzionato. Come non hanno funzionato né il dispositivo in possesso della vittima che quello in possesso del figlio. Di tre dispositivi, solo uno ha funzionato ma l’assassino era già entrato nella casa della vittima.

Il braccialetto risulta poco affidabile quindi, a volte suona ripetutamente nonostante il potenziale assassino non sia nelle vicinanze, altre può essere rotto, come è successo con una persona agli arresti domiciliari per reati vari.

Queste misure oltre ad avere un costo elevato non fermano i femminicidi né limitano la violenza.

Cosa vogliamo

Non chiediamo il controllo delle persone potenzialmente abusanti ma interventi diversi, che vadano alla radice dei problemi: l’aumento dei centri anti-violenza aperti a tuttu, programmi educativi che promuovano la cultura del consenso, che parlino di diversità, di relazioni e di affettività ma soprattutto che mettano in discussione i capisaldi del sistema patriarcale di dominio, di possesso e di potere gerarchico. 

I media scandagliano le vite delle vittime ma non quelle di chi agisce il danno costantemente giustificato da motivazioni che ci riportano al delitto d’onore scomparso dalla nostra legislazione solo nel ’95. 

Per uno Stato che non muove un dito per modificare la cultura dominante, siamo soltanto numeri. 

Per noi raccogliere i dati, non fermarci alle statistiche, leggere le storie è importante per rilevare i cambiamenti e gli errori del sistema che sempre più evidenzia l’inesistenza di un lavoro di prevenzione efficace. La violenza di genere è strutturale, strutturale a questo sistema patriarcale e capitalista, basato su gerarchia, potere e sudditanza. 

Vogliamo ribaltare un sistema che conta le morti, gli stupri, le violenze, ma non vuole riconoscere la radice da cui provengono e risponde con la giustizia punitiva e carceraria anziché con risposte collettive e di comunità che possano realmente de-costruire il patriarcato. 

Vogliamo ribaltare un sistema che strumentalizza le morti, gli stupri e la violenza per far passare il riconoscimento della vita dal concepimento, per criminalizzare le persone razzializzate e per imporre in nome di sicurezza e decoro la militarizzazione ulteriore delle nostre strade e l’aumento delle pene. 

Vogliamo contarci vivə, per fare delle nostre vite ciò che desideriamo. 

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